Ieri abbiamo partecipato all’evento Periferie: adesso parliamo noi organizzato da un coordinamento che sta provando a fare una proposta diversa sui modi, gli strumenti, la filosofia di approccio al tema ormai veramente abusato delle periferie.

Ieri c’erano tanti comitati e associazioni a discutere di questi temi insieme a studiosi e ricercatori. Noi in questo contesto abbiamo fatto la nostra proposta. Semplice, volendo, ma secondo noi essenziale: uscire dalla logica per cui delle periferie si parla solo quando ci sono emergenze e iniziare a parlarne in un prospettiva nuova, che nella pianificazione abbia il suo centro.

Ecco il nostro intervento, fateci sapere cosa ne pensate.

La periferia è un tema tanto centrale quanto funzionale al consenso mordi e fuggi. Un tema da sempre affrontato in modo superficiale, in base a categorie ideologiche o portati culturali ormai superati. Il solo fatto che oltre un milione di cittadini romani abiti nelle cosiddette periferie, rimette in discussione il concetto stesso. Per questo, dal nostro punto di vista, quando si parla di “periferie” non si parla di distanze, centralità, storicità, ma di marginalizzazione. Le periferie, per noi, sono i territori da sempre oggetto di politiche emergenziali, mai pianificati, svuotati di servizi culturali, sociali, universali.

Da questo punto di vista, sebbene Tor Pignattara sia ormai parte della città consolidata, noi ci consideriamo periferia perché affetti da cinque grandi processi di marginalizzazione fra loro intimamente interconnessi.

1°) Assenza di pianificazione urbanistica

Il quartiere rientra nell’area del Comprensorio Casilino Ad Duas Lauros che è l’unica area del Comune di Roma non pianificata urbanisticamente. Teoricamente siamo spazio della città consolidata, spazio geologicamente instabile per via delle cavità sottostanti, spazio archeologicamente e paesaggisticamente tutelato. Eppure, proprio a causa dell’assenza di una pianificazione complessiva, siamo più di altri territori sotto scacco dei costruttori che predano le poche aree verdi centimetro dopo centimetro, causando l’aumento della densità antropica, dell’inquinamento, del peggioramento degli indici della qualità della vita.

2°)Assenza di pianificazione della mediazione interculturale

Tor Pignattara è l’unico quartiere internazionale di Roma. Un luogo dove si parlano tutte le lingue del mondo, patria “romana” del pluralismo religioso, spazio della nuova imprenditoria spuria e interculturale. Eppure Tor Pignattara è un quartiere dove sono gli abitanti che si sono dovuti improvvisare mediatore, costruendo percorsi di dialogo in completa autonomia, senza alcun aiuto da parte delle istituzioni. Sebbene il fenomeno sia ormai decennale nessuna azione concreta di supporto, assistenza, finanziamento della mediazione interculturale spontanea portata avanti da associazioni, comitati e cittadini è mai stata fatta. Si è lasciato fare. A Tor Pignattara questo tessuto ha retto l’urto di fatti drammatici, evitando in molte occasioni che il quartiere esplodesse in una guerra tra bande. Ci siamo assunti una responsabilità enorme nel silenzio assordante delle istituzioni.

3°)Assenza di pianificazione dei servizi “di sopravvivenza”

Quando si vuole distruggere un tessuto sociale lo si priva dei servizi essenziali, quelli di sopravvivenza, quelli di ordinaria amministrazione: raccolta immondizia, pulizia delle strade, cura del verde pubblico, illuminazione, trasporti. Questo accade da noi. L’assenza di questi servizi causa una tensione sociale latente che esplode proprio nel contesto della convivenza interculturale. L’altro da noi, lo “straniero”, “l’ospite”, diventa la causa dei mali, quello che non paga, quello che viene agevolato, quello che viene messo “davanti all’italiano”. La non corretta pianificazione ed erogazione di questi servizi essenziali è un colpo al cuore ad ogni fenomeno di costruzione di una società plurale, accogliente, laica e soprattutto è una porta spalancata all’ingresso delle mafie e del welfare criminale.

4°)Assenza di pianificazione dei servizi culturali

Non abbiamo un cinema, non abbiamo una biblioteca, non abbiamo una piazza al centro del tessuto urbano. L’offerta culturale è gestita da associazioni, comitati, pochissimi privati illuminati. Scontiamo una cronica assenza di luoghi dell’incontro, dell’arricchimento, della contrazione della dispersione scolastica, del dialogo interculturale. 

5°)Assenza di pianificazione dei processi di sviluppo e valorizzazione economica

Un territorio a vocazione artigiana e commerciale come il nostro è stato completamente disarticolato. La quantità di serrande chiuse evidenzia una perdita dell’identità produttiva del territorio. Nessun piano di sviluppo serio è mai stato fatto, nessun piano di riorganizzazione dell’area è mai stato concepito. Un intero comparto produttivo è stato lasciato morire, nel silenzio assordante. Nessuna nuova idea è stata portata avanti nonostante ci siano progetti virtuosi che guardano proprio alle nuove forme di imprenditoria collaborativa, alle nuove professionalità digitali, al commercio di qualità, di rete, di filiera.

Questi sono i grumi problematici che individuiamo nel territorio e che secondo noi rappresentano la tara che non consente a Tor Pignattara di esplicare il suo straordinario potenziale.

Aderiamo a questo processo perché il quadro proposto consente di aggredire il problema alla radice (cambiare l’approccio alle periferie, passando dalla gestione dell’emergenza a quello della pianificazione) con una buona dose di pragmatismo.

Per questo ci sentiamo di proporre un progetto di ampio respiro che preveda, appunto, di affrontare questi cinque aspetti in modo organico (perché sono cinque aspetti interconnessi e integrati). Un Master Plan del quartiere, che partendo dalla pianificazione urbanistica del Comprensorio Casilino, a cascata declini una serie di soluzioni possibili ai temi sopra indicati.

Di questo abbiamo bisogno. Non certo dei classici interventi tampone o spot che servono solo a stringere mani e raccattare qualche voto disperato.

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